freccia arancio

 

 "L'arte che si sottrae al flusso perenne per divenire forma,
è ciò che opponiamo alle tentazioni del caos"


Dietro le quinte

Cinemadamare

 

Nulla o quasi nulla di ciò che è diventato Cinemadamare era già presente nella prima edizione (3 agosto–10 agosto 2003); e niente di ciò che poi sarebbe diventato era già presente nei pensieri di chi lo ha fondato.
Due uniche certezze sono risultate evidenti fin da subito: celebrare in estate una festa per il cinema e con il cinema, consentendo a più persone di guardare un film in una delle località più belle del nostro metapontino, all’aperto; e che il titolo della manifestazione fosse completamente slegato dal posto dove l’evento si svolgeva, anche se in quell’estate del 2003 non c’era nemmeno l’ombra del “sospetto” che Cinemadamare sarebbe diventato itinerante (ma di sicuro, lontanissima -e per istinto- era ogni ipotesi di titolo come “Basilicata Festival” o “Nova Siri Festival” e così via).
Insomma, 19 anni fa, ciò che volevamo realizzare e abbiamo realizzato per la prima edizione è stato semplicemente una rassegna cinematografica, nel vero senso della parola: un cartellone di proiezioni serali, di film importanti, accompagnati dal regista o da altro professionista del cinema che potesse dialogare con il pubblico. E così il primo ospite speciale, che poi sarebbe diventato il più grande amico di Cinemadamare, è stato Vincenzo Mollica, la sera del 3 agosto. 

Il nome “Cinemadamare”, invece, mi è stato suggerito da un collega giornalista del mio telegiornale (LA7), durante il lavoro a un’edizione notturna, in cui eravamo entrambi presenti.
A Guy Chiappaventi, dunque, raccontai che cosa stavo organizzando, e che mi serviva un nome: «A me sembra chiaro» -mi rispose, dopo pochi minuti- «che deve chiamarsi necessariamente Cinemadamare, perché contiene in sé gli ingredienti fondamentali della tua manifestazione, che sono il mare di Nova Siri, il cinema e l’idea della festa all’aria aperta che sa tanto di Sud e di Mediterraneo». 

Ricevuto il suggerimento, feci subito un “test”: chiamai l’allora Assessore alla Cultura della Regione Basilicata, Carlo Chiurazzi, e glielo comunicai.
«Mi piace moltissimo; per me, va benissimo». Lo adottai.
E così, nacque la “crasi” che nei successivi vent’anni avrebbe fatto il giro del mondo; sarebbe entrata nella comunicazione interpersonale tra migliaia e migliaia di filmmaker di tutti i continenti; e che tanto facilmente resta impressa e che immediatamente rende evidente il carattere della stessa kermesse. Dunque, siamo partiti da un’idea classica di rassegna cinematografica, e che subito abbiamo abbandonato, perché già dal secondo anno, ovvero nel 2004, abbiamo dismesso il format di manifestazione con sede unica e abbiamo iniziato il nostro girovagare. Non solo.
Ma abbiamo anche iniziato a ospitare giovani studenti di cinema, italiani e non, che nei successivi lustri sarebbero diventati la vera anima di Cinemadamare, e che ora ben rappresentano l’unicità dell’evento: il più grande raduno internazionale di giovani filmmaker (ne ospitiamo oltre 200 ogni anno); il più lungo viaggio di cinema (7.500 chilometri in ogni estate); un immenso set a cielo aperto per le città italiane (almeno 15 troupes a lavoro contemporaneamente); un’organizzazione in partnership con 47 università e scuole di cinema, dalla Santa Monica College di Los Angeles alla New School of Cinema di Mosca, dal Kasenian Institute di Giacarta all’AFDA di Città del Capo e altre…; uno dei fattori più potenti di promozione dei territori che ci ospitano e degli stessi giovani filmmaker, la cui sorte professionale è continuamente al centro di ogni nostro sforzo organizzativo.

Come si può intuire, Cinemadamare conosce da subito un successo che ha dell’incredibile, soprattutto se si pensa che non coltiva nessuna delle abitudini di tutte le altre manifestazioni di cinema: no red carpet, no photo opportunity scattate davanti al photowall, non giurie di qualità, non ospiti ritenuti tali soltanto perché famosi e chiamati perché portino la luce propria sull’evento, no giornalisti in albergo a spese nostre perché scrivano di noi.
Al contrario, un’organizzazione essenziale che si potrebbe definire, in questo caso, appropriatamente “spartana”, che si libera di tutto ciò che dovrebbe essere considerato sempre “un di più”, se non superfluo, rispetto all’essenza del progetto: il giovane cineasta con le sue esigenze, con i suoi sogni, con il suo talento, in cerca dell’opportunità di realizzare i propri film. 

Eppure, nonostante la peculiarità di tutti i fattori di cui abbiamo parlato, resta quasi inafferrabile il segreto del più intimo successo di Cinemadamare: un’impresa cinematografica e un’avventura umana che ogni anno trasformano un insieme di centinaia di giovani filmmaker in un gruppo, in una comunità, in una “società di produzione” che allo, stesso tempo, esalta le individualità e rafforza i legami interpersonali. 

Che cos’è dunque il vero spirito che spesso è in grado di trasformare la vita di questi artisti in erba? 

Abbiamo riflettuto per tanto tempo su questo quesito, e abbiamo vagliato diverse risposte. Alla fine, la sintesi più giusta è sembrata solo una:
la grande libertà che Cinemadamare riesce a garantire a questi giovani talenti, in una dimensione di globalità vera, concreta; proprio perché consente a filmmaker che provengono da tante parti del mondo, di lavorare fianco a fianco. Un senso di libertà che gli stessi protagonisti ci rappresentano non solo attraverso i film che qui producono, ma con le loro stesse parole,  testimonianza di una condizione esistenziale così felice da essere considerata, da ognuno, la più importante occasione produttiva. 

Come potrebbe essere altrimenti?
Qual è la condizione ideale per una mente creativa, se non la libertà: una vita totalmente orientata verso un unico obiettivo, senza condizionamenti, senza vincoli, senza barriere, pur vissuta accanto a persone sconosciute fino al giorno prima, provenienti da un’altra cultura, formate attraverso modelli diversi.
Nella nostra sperimentazione ventennale, possiamo sicuramente dire di essere riusciti a scoprire l’acqua calda… che non c’è arte senza libertà, ma che allo stesso tempo diventa un’impresa difficilissima quella di rimanere coerenti all’idea originaria alla base del proprio progetto, che va difeso da qualsiasi tentazione (non concerti musicali per riempire le piazze; non soldi spesi per guadagnare il favore dei cosiddetti influencer; non ospiti speciali che non siano strettamente legati alle vere esigenze dei giovani filmmaker; no al comfort che induce più all’esaltazione che all’impegno).
Su questa strada continueremo, e questo è quello che abbiamo offerto in venti anni di attività anche alla Basilicata e ai filmmaker lucani: tante opportunità acquisite per merito e non per favori; tanto lavoro duro nato dalla modestia e dall’umiltà, piuttosto che dall’ambizione fine a sé stessa.
Anzi, abbiamo sempre guardato con sospetto tutto ciò che può alimentare in un giovane artista la vuota velleità, e non invece il vero impegno che è fatto di studio, di lavoro, di confronto e anche di giusta pazienza nell’attesa di risultati che non sono affatto certi.
Ecco, accanto alla libertà mi sento di poter affermare che l’altro grande valore di Cinemadamare è il richiamo alla consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si può diventare e di ciò che si rischia in una professione così aleatoria, seppur così affascinante, come quella del cineasta.  

                                  

 

Franco Rina

(Direttore di Cinemadamare
                                                                                      e giornalista de LA7)

 

2004seconda edizione un gruppo di filmmaker con il giornalistaCurzio Maltese e Franco Rina a Materajpg

 2004, II' edizione di Cinemadamare. Il giornalista Curzio Maltese e il direttore Franco Rina
con un gruppo di filmmaker a Matera.

 

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